La mattina al bar è un momento nebuloso, una giornata che si prospetta come la solita rottura di centinaia di palle. La gente è sospinta da un oscuro automatismo, che li fa scendere dagli autobus, salire sulle macchine, o camminare sui soliti marciapiedi. Qualsiasi cosa sia, la tappa fissa è il bar, la sacralità del caffé e il dolce sollievo del cornetto, migliaia, anzi milioni di persone che si riversano dentro a questi luoghi più o meno grandi, per dimenticarsi di essersi strappati dalle coperte e dal lenzuolo grigio che li aspetta. Entro al bar di tutte le mattine, e come tutte le mattine le stesse facce scivolano meccaniche verso il bancone, verso le altrettante facce dei banchisti. Sembra un arzigogolato gioco di parole, e invece è molto più semplice di quanto la si vuol porre: la solita giornata di merda. E oggi è anche lunedì, una settimana di facce da cazzo a tutto spiano, clienti, direttori, colleghi la maggior parte, speriamo che ci risparmino taluni mega-dirigenti. Eppoi stanotte ho fatto tardi, mi è venuto a trovare Eddy, un vecchio amico mio, abbiamo tirato fino alle due di notte a sdraiarci qualche (e sottolineo qualche) bottiglia di vino rosso. A lui piace na’ cifra, a me un po’ meno, preferisco il bianco, ma comunque se e necessario un sacrificio se’ po’ fa’. Perciò stamattina è stato come svegliarsi da sotto una pietra tombale, alzarsi dal letto è corrisposto a sollevare na’ decina di quintali di pietra fredda. Per fortuna che mi faccio la doccia gelata, è l’unico modo per lo smaltire repentino della sbronza, un urlo, un bestemmione ben piazzato, e via, via per questo mondo a fare una marea di cose delle quali nella maggior parte dei casi non te ne può fregar di meno, ma in qualche modo si deve pur mangiare, ed uccidere il tempo. Fatto sta che adesso sto dentro a questo cazzo di bar, come tutte queste cazzo di mattine, col giornale in mano e la borsa con dentro il computer, e quelli che mi fanno “caffé doppio al vetro?” Lo so, esagero co’ sto’ caffé, ma le anfetamine dentro i bar non le hanno mai vendute, almeno fino adesso. I ragazzi del bancone sono due, svelti, volenterosi, allegri e giovani, altrimenti vedi come gli giravano i coglioni. Uno sta alla macchina, altri due prendono le ordinazioni dai vari grappoli di persone che gli tendono le mani con gli scontrini in mano. Una donna accanto a me sta affondando la faccia su un cornetto polveroso di zucchero a velo, che le si sparge sulla faccia paonazza e lungo il filo dei bottoni del piumone bluastro, è ipnotizzata da quella malia edulcorata, potrebbe schioppargli una bomba accanto e quella non s’accor-gerebbe d’un cacchio. Il mio caffé doppio al vetro mi sfila davanti, nel frattempo arriva un tipo del Bangladesh che c’ha la ban-carella qui di fronte, la pelle oscurata, il faccione un po’ da topo, ed un riporto che gli parte dalle orecchie. Ordina un caffé e un cornetto, poi si guarda allo specchio del bancone. Ci sta mezz’ora a specchiarsi, a sistemarsi quel filo di riporto, cazzo quant’è fanatico sto tipo del Bangladesh! Nel frattempo il tintinnio dei piattini, delle tazzine, e lo sfiato della macchina del caffé diventano assordanti, almeno per me, che c’ho na’ morsa che mi preme sul cervello, come una cuffia troppo stretta. Comunque il tipo del Bangladesh mi guarda, poi col mento punta verso il mio caffè doppio e mi fa “me lo prendo sempre quando la sera mi ubriaco” “infatti me lo prendo tutte le mattine …..” replico, e quello si mette a ridere mostrando la sua dentatura sorcina. Mando giù la mia cicuta mattutina, guardo l’orologio, è presto, molto presto, come al solito. E allora mi metto seduto a un tavolino e prendo il libro che sto leggendo dalla borsa. E’ Tahar Ben Jelloun, uno scrittore marocchino, parla di una donna di quei luoghi, che per volere del padre è costretta a spacciarsi come donna, una trasposizione psicologica micidiale che mi coinvolge; onirico, intrigante, drammatico fino a raggelare. Entro stasera lo finisco. Ma vengo attratto dalle voci dei banchisti, scherzano con delle ragazze “cos’è quello” fa una di quelle “un cannolo” fa sardonico uno dei banchisti “aah no!”replica “io te lo volevo dare!” “siiiiii!” e quella si mette a ridere, e le altre amiche prendono i cappucci e i cornetti, e si vanno a sedere ai tavoli di fuori. Le vedo sempre quelle ragazze, forse lavorano lì vicino, sono brave, si vede dalle loro facce bianche e limpide. Poi uno dei banchisti mi fa “sarebbe da emigrare in Romania” “a che fare?” faccio “un bel posto in campagna…….” “a che fare?” “na’ bella contadinozza…..” “perché no?” potrebbe essere un’idea come un’altra per andarsene da questo inutile casino. Nel frattempo arriva una donna, con i capelli biondi e mossi, e le labbra pompate e pittate d’un rosso fuoco “c’è il burooo in queste ciambelle” chiede al banchista e arrotonda la bocca quando pronuncia la parola burro “c’è il burooo, c’è il burrooo?” continua con una voce impostata apposta per poter meglio evidenziate le sue labbra rifatte “no, non c’è…..” “c’è il burroooo, c’è il burooooo?” continua quella imperterrita, senza curarsi della risposta di quel poveraccio, che alla fine gli fa “signora sono fritte!” “a, beeeeeh!” gli replica, e allora si fa porgere la ciambella in questione, e l’addenta modellando le labbra sulla superficie zuccherata. Non so perché quella li si sia fatta rifare le labbra, per dire burooo, per modellarle sulla ciambella, o per farci qualche altra cosa. Mah! chi lo sa…..? Comunque s’è fatto tardi e devo immergersi nelle cose del lavoro, con le chiacchiere inutili di Testa-a-Pera e Marisella, e tutto il resto. E allora vado alla cassa, c’è la fila davanti a me, il gestore del bar disquisisce con una signora riguardo una marca di sigarette “c’è a chi piacciono leggere, a chi forti, a seconda dei gusti” fa, una tecnica di vendita ineccepibile, potrei adottarla al lavoro quando devo ammollare un titolo fasullo a qualche cliente facoltoso, tanto la gente di questi tempi si beve tutto, anche e soprattutto chi pronuncia ovvietà. Saluto i ragazzi, e loro mi salutano tutti insieme, ci conosciamo da tempo, è bello essere conosciuti da qualcuno, è la viva testimonianza della nostra esistenza, in questo mondo fatto di rumori di bar, di ovvietà, di burroooo, di sigarette più o meno leggere, e di riporti. Esco dal bar e rifletto s’una cosa, ma come si chiamano gli abitanti del Bangladesh?


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Scritto da: casinò on line | 08/01/2011 a 13:18